DURI RUDI
Una storia spaghetti western


Il Biondo ............. Clint Eastwood
Il Grinta .................... John Wayne
Ramón ......... Gian Maria Volonté
Trinità ....................... Terence HIll
Bambino .................. Bud Spencer
Sentenza ................. Lee Van Cleef

Stazione di Yuma, 11:30

Nella piccola costruzione in legno dimenticata al centro della grande e verde prateria tagliata da due nere righe ferrate, solo il silenzio è in attesa del treno in arrivo da Vera Cruz.
A fargli compagnia ci sono un indio in siesta, seduto a terra sotto un largo e logoro cappello di paglia, e un vecchio bigliettaio, che scarabocchia le pagine ingiallite di un grosso libro.  
Il silenzio si spezza quando gli angeli intonano una dolce melodia e due stivali appaiono sulla porta. Avanzano lenti, cadenzando il passo col tintinnare degli speroni. Quando si fermano il loro proprietario chiude l’orologio a carillon e le trombe degli angeli tacciono.
Il Biondo, stacca lo spettro di un sigaro dalle sottili labbra scolpite dal vento e dal sole ed esala un respiro in cui a fatica il bigliettaio distingue delle parole.
«Come?» chiede il vecchietto interrompendo il muto colloquio con il suo libro.
Studiando il sigaro, quasi lo incontrasse per la prima volta, il Biondo ripete la domanda: «A che ora passa il treno da Vera Cruz?»
«Alle dodici in punto.» cigola il bigliettaio squadrando da sotto gli occhiali un piccolo orologio incatenato al panciotto.
Rimettendolo nel taschino, si toglie il berretto, si gratta la nuca e levando gli occhi di sottecchi verso lo straniero chiude l’unico dialogo della giornata: «In orario come sempre… a meno di sorprese.»
«Già vecchio… a meno di sorprese.» sussurra il Biondo serrando le palpebre alla vista della taglia su Sentenza appesa alla parete.
Addentato il sigaro si incammina verso l’unica panca, stinta e malferma. Estrae la colt, si stende, getta un ultimo sguardo all’indio accovacciato oltre i suoi piedi, si schiaccia il cappello sulla faccia e incrocia le braccia sul petto a custodire tra le abili dita il ferro a sei colpi fabbricato da Samuel Colt.

Silverado Hills, 11:30

La grande e verde prateria sfuma verso pallide colline e lontane cime innevate. Un pennacchio grigio l’attraversa, innalzandosi curvo nel cielo azzurro da una locomotiva furente perché prigioniera della strada ferrata. Trainando una sola carrozza sfoga la rabbia urlando striduli fischi.
Su una vicina collina un occhio di ghiaccio segue la sua corsa. Istintivamente il Grinta, si tocca la benda che copre l’altro occhio spento, si sistema la stella da sceriffo e si precipita giù al galoppo verso i binari.
La veloce ed elegante cavalcata del suo appaloosa compete gagliarda con l’altrettanto rapido ma monotono rullare del convoglio. Le due forze della natura generate dal cuore selvaggio della bestia e dall’ardente caldaia della vaporiera, sembrano esaltarsi a vicenda.
Il Grinta si avvicina alla coda del convoglio e sporgendosi afferra il recinto di protezione. Sfila gli stivali dalle staffe e volteggiandoli nell’aria li posa sui gradini in ferro. Agitando il largo cappello invita il suo pezzato ad allontanarsi: «Hondo!»
Afferra la maniglia della porta del vagone con una presa granitica e la convince a farlo entrare. Dentro, una selva di sigari disegna brevi arabeschi che alimentano una spessa nube sospesa a mezz’aria. Un’umanità varia e avariata dall’alcol è intenta a distribuirsi rettangolini di carta e cubetti di legno. Le carte da gioco gettate sui piccoli tavoli e i dadi sparati con i palmi chiusi a pugno creano religiosi attimi d’attesa che esplodono in osceni boati.
Le risa, le urla e i rumori gutturali distraggono i giocatori dall’aitante figura che si è intrufolata fra loro. Il Grinta li riconosce tutti: Billy the Kid, Jesse James e persino Butch Cassidy con l’inseparabile Sundance Kid.
«Quella serpe del Biondo è sulle tracce di quel coyote di Sentenza.»
Quella voce gli apre uno spiraglio nell’intricata massa di corpi.
«E anche il Grinta lo cerca. Lo sceriffo con la stella di piombo che cammina come un bisonte…»
L’ha individuato. È seduto di sbieco su una sedia con le gambe accavallate sul bracciolo. Con la colt tratteggia nell’aria i fantasmi della sua mente alcolizzata mentre l’altro braccio gli ricade inerte sul pavimento, zavorrato con una bottiglia semivuota di whisky.
«…ma è rapido, maledettamente rapido.»
«Il bisonte è qui Ramón e sta cercando il tuo socio Sentenza.»
Il bandito si scuote dal torpore e vaga con i languidi occhi sino ad incontrare quello di ghiaccio del Grinta, piazzatoglisi proprio davanti.
Cerca di puntargli la colt ma lo sceriffo lo scaraventa assieme alla sedia sul tavolo più vicino.
Caduti per terra, i giocatori imprecano contro Ramón e seguono curiosi il suo dito: «Il Grinta… è qui!»
Sugli altri tavoli la distribuzione di carte e dadi si blocca e tutti si voltano sgomenti verso la leggenda.
Il fumo e l’alcol appesantiscono l’aria e rallentano ogni reazione. Ci vorrebbe la forza di un bisonte per estrarre con rapidità. E per loro sfortuna quel bisonte è il loro avversario.
Forse i proiettili escono delle pistole sbronzi come le tremule mani che li hanno convinti ad uscirne. Forse il fumo nell’aria rende indefinito il bersaglio. Quel che è certo è che le loro palline di piombo calibro 44 vanno a fare compagnia ai bulloni delle pareti della carrozza. Quelle sparate dal Grinta invece, si fermano prima a raffreddare per sempre gli animi eccitati di buona parte della compagnia.
Un sibilo rompe il silenzio correndo a perdifiato dietro ad un proiettile che si infrange contro la stella di piombo dello sceriffo che senza scomporsi sorride al bandito che l'ha sparato.
«Al cuore Ramón. Devi mirare al cuore.» ed esplode l’ultimo sibilo che impedisce a Ramón di seguirne il consiglio.
Il Grinta inguaina la colt osservando il campo santo che lo circonda: Sentenza non c’è.
Un autentico fragore divino si abbatte sul vagone, condividendo la sua ira per quella scoperta. La carrozza sbanda violentemente a destra e a sinistra e inizia a sobbalzare.
«Per tutte le fiamme dell’inferno! Che diavolo succede?»
Il suo sguardo corre rapido fuori dal finestrino e si accorge che il treno è uscito dai binari e corre libero nella prateria.
Con un paio di falcate raggiunge la porta che lo separa dalla locomotiva, che tremolante per le sbandate del convoglio o per la vista dello sceriffo furioso, si apre da sola.
Il Grinta esce alle spalle del tender che disperde il suo prezioso carico di carbone nella folle corsa che il treno, liberatosi dalla prigionia della strada ferrata, compie sulla nuda e dura terra.
Le gambe dello sceriffo oscillano seguendo il frenetico ritmo della carrozza.
«Perdiana! I macchinisti devono essere impazziti!» e salta lesto sul tender nell’istante esatto in cui il vagone si scardina dalla locomotiva e viene gettato via come un gigantesco birillo, andandosi a fracassare su un vicino terrapieno.
Sulla vaporiera un tizio snello e trasandato se la prende con uno grosso e barbuto.
«Adesso come diavolo governiamo quest’affare?» grida Trinità.
«Ehi fratello hai chiesto tu più fuoco! E comunque così arriviamo prima a Yuma dove ci aspetta Sentenza.» ribatte Bambino indicando avanti a loro una piccola costruzione in legno, sola al centro della grande e verde prateria.
«Non vi dispiace se mi aggrego alla compagnia?»
I due compari si voltano e trovano le due bocche che hanno richiesto la loro attenzione. Quella all’altezza della faccia ha parlato. L’altra, puntata all’altezza della vita, li avverte che può farlo.
«Anch’io ho una certa fretta di incontrare il vecchio Sentenza.» dice il Grinta scendendo dal carro del carbone.
Rapido come uno scoiattolo, Trinità si aggrappa al tetto della vaporiera e con un abile calcio lo disarma. Lo sceriffo richiude a pugno la mano orfana della colt e la scaglia sulla sua faccia sfracellandosi poco prima di arrivare su una mano del barbuto. L’altra mano gli arriva come una martellata sulla testa e lui stramazza al suolo, come un bisonte privo di sensi.
«Bel lavoro fratello.», lo ringrazia Trinità, «Ehi, attento! La stazione! La stazione!» 

Stazione di Yuma, 12:00

Il vecchio bigliettaio fissa le rotaie deserte.
Con una mano si gratta dietro la nuca e guarda preoccupato l’orologio incatenato al panciotto.
«A quanto pare vecchio, c’è stata qualche sorpresa.» dice il Biondo scrutando il suo di orologio mentre si rialza dalla panca e rinfodera la colt.
Avvicinando la mano alla bocca per iniziare una nuova fase di studio del sigaro, si accorge che le sue dita tremano.
Tutto il suo corpo trema.
Sconcertato si guarda attorno e scopre il bigliettaio sussultare e l’indio in siesta seguirlo nella buffa danza. L’intero edificio inizia a scuotersi mentre un fischio acuto e prolungato lacera l’aria.
Il capostazione si avvicina al binario arruffandosi sempre più agitato i pochi capelli: «Ma non sta arrivando nessun treno!»
E in quel preciso istante una locomotiva da tremila cavalli sfonda il muro alle spalle della stazione e attraversa l’edificio, devastandolo in un’esplosione di legna e vapore.
Il Biondo si getta lontano dal caos cercando di portare con sé l’indio che invece si sottrae alla presa. Il cappello di paglia vola via e rivela un volto smilzo e baffuto, con due occhietti neri che lo guardano divertiti: Sentenza!
Trinità lo aiuta a salire sulla motrice mentre Bambino getta in braccio al Biondo il corpo esanime del Grinta.
«Siete in perfetto orario ragazzi! Anche se per un momento ho disperato di vedervi.» grida Sentenza aiutandoli a manovrare la vaporiera. «Avreste dovuto vedere la faccia del Biondo quando ha capito che gli sono rimasto sotto il naso per tutto il tempo!»
La locomotiva si allontana arrancando e sbuffando nella grande e verde prateria.
In un angolo della stazione distrutta il Biondo si libera dal bisonte esanime che gli è piombato addosso.
Getta la vecchia cicca e ne estrae dal taschino un’altra non meno consumata che accende strofinando un cerino sulla guancia del Grinta.
Sta per infilarla in bocca quando una voce stridula lo interrompe.
«Che vi dicevo?», gracchia la voce del bigliettaio da sotto le macerie, «Sono le dodici e il treno da Vera Cruz è in orario. Come sempre!»
Un sorriso invisibile si disegna sul volto del Biondo mentre il fischiare lontano della vaporiera gli ricorda l’ululato di un allegro coyote: ah-ah-ah, wah wah wah.

THE END

Scritto da Roberto Lucarda.

Licenza Creative Commons
Duri Rudi - Una storia spaghetti western è distribuito con Licenza
Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale..

Foto di Devanath da Pixabay